PROLOGO: Hell’s Kitchen, Manhattan, New York City

 

Conflitto di interesse.

Una frase interessante per riassumere la sua manichea carriera: di giorno, tutore della legge secondo le regole della società civile. Di notte, protettore della legge con metodi obiettivamente ambigui. Stesso fine, nessun problema. In un modo o nell’altro, riusciva ad ottenere quello che voleva: aiutare chi ne aveva bisogno.

Questa era una di quelle rare notti in cui le strade del suo territorio erano tranquille: un risultato visibile del suo impegno. Un’ora fa aveva sistemato un paio di balordi troppo istupiditi dalla droga per capire che per loro, per chiunque come loro, non tirava mai aria, qui. Era piacevole potere starsene qui, ora, appollaiato su un tetto, perso in pigre riflessioni. Come avvocato, aveva a stento il tempo di respirare.

Il vigilante, avvolto in un semplice e sgargiante costume scarlatto, caratterizzato da due inconfondibili cornetti e la grossa doppia ‘D’ gialla sul petto, non aveva bisogno di muoversi per pattugliare quella zona: i suoi sensi supersviluppati coglievano odori e suoni di Hell’s Kitchen (si chiamava Clinton, ma per ogni abitante sarebbe rimasto il Kitchen e basta) come la pulsante sinfonia di un sistema circolatorio. E il ‘radar’ interno dell’eroe ne coglieva il battito, in cerca di una discrepanza, di qualcosa che avrebbe richiesto il suo intervento…

Come ora!

All’inizio, era stato solo il passaggio di un SUV, una di quelle auto da gente con forti complessi di inferiorità. Era uno di quei veicoli che davvero non passava inosservato: grosso, rumoroso, inquinante. Il vigilante non aveva desiderato concentrarsi per superare la barriera sensoriale di quel bisonte, anche perché il veicolo era diretto all’edificio dell’ambulatorio.

L’ambulatorio era stato recentemente ristrutturato grazie ad una colletta del quartiere, colletta a cui Matt Murdock aveva partecipato quanto più generosamente possibile. Al Kitchen mancava una propria struttura organizzata, veramente efficiente, anche senza con questo volere detrarne i coraggiosi titolari…

Il veicolo si era fermato davanti all’ingresso. Ne era scesa una sola persona, una figura massiccia, tozza, forte. Il vigilante l’aveva riconosciuto, era impossibile altrimenti.

Il radar vide la figura prendere una breve rincorsa, per poi scagliarsi ad una velocità insospettata contro l’ingresso: la tecnica inconfondibile del sicario di nome Bullet.

Senza esitazioni, senza timori, il vigilante si gettò dal tetto, in direzione dell’ambulatorio. Non importava quali rischi avrebbe corso, come sempre. Perché tale era la sua fama, tale era il suo nome: Devil, l’Uomo Senza Paura.

 

 

MARVELIT presenta

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Episodio 4 - Devil & Firebird: Sangue Avvelenato

 

 

Ambulatorio di Hell’s Kitchen, dieci minuti prima.

 

“Lo ammetto, lo ammetto, sono impressionato, e non solo io. Questo non è esattamente un quartiere di ispano-americani, mi capisce miss…” ma le parole del non più giovane titolare dell’ambulatorio, Noah Burstein, furono garbatamente interrotte dalla ragazza che sedeva di fronte a lui. Questa era una giovane dai lunghi capelli neri, la carnagione leggermente olivastra di chi era nato e vissuto sotto il sole degli stati meridionali. Indossava un abito composto di camicia bianca e blue jeans stinti, molto anonimo. Il suo volto era quello di una persona solare, portata al sorriso ed alla pace interiore, anche se gli occhi denotavano una fermezza che tendeva a spiazzare l’interlocutore.

“La prego, mi chiami Bonita: le formalità, quando si parla di salvare vite umane, non sono certo il mio pane.”

Noah si trattenne dal chiamarla, ugualmente, Miss Juarez, e proseguì. “Sua sorella Florida da sola lavora per quattro; più sono numerosi i casi, più energie sembra trovare. È una mutante?” Era, dal tono, una chiara battuta, ma entrambi sapevano, mentre sorseggiavano il loro tè caldo, che un fondo di seria curiosità c’era: Bonita Juarez era la super-eroina Firebird, membro degli intrepidi Rangers.

Senza perdere minimamente la calma, Bonita rispose, “Un dono di Dio mi ha dato i miei poteri, Noah, altrimenti, come tutti i miei familiari, sarei stata una persona come le altre.”

“Su questo mi trova in disaccordo, Bonita: superpoteri o no, la sua dedizione a difendere il prossimo ben si riflette nell’operato di Florida, e credo che almeno uno dei vostri genitori vi abbia trasmesso questa predisposizione.”

Bonita annuì. “Nostro padre era un uomo di fede salda, ma non certo un fanatico: ci ha insegnato a vivere secondo la parola di un Dio di amore, non quello di vendetta.”

Il medico sospirò. “Io ho imparato a vivere secondo i dettami di una scienza malata, purtroppo. È un piacere vedere qualcuno come sua sorella coniugare forza e fede. Per me può essere troppo tardi…”

“Deciderlo spetta a qualcuno più in alto. Per me, il solo fatto che lei e Claire abbiate riaperto l’ambulatorio dimostra che non è mai troppo tardi.”

“Ci siamo riusciti perché Florida ci ha aiutato. Se adesso si trova alla reception è solo perché ha già fatto abbastanza durante la settimana. È l’unica cosa che abbia accettato come ‘turno di riposo’.”

Bonita annuì, e sorseggiò dell’altro tè. Aveva davvero bisogno di questa visita: dopo gli orrori e la desolazione di Battleground, dopo avere sostenuto difficili disquisizioni di ordine morale con i suoi stessi compagni di squadra[i], doveva sincerarsi che qualcuno vicino a lei stesse facendo qualcosa di buono e lontano da ogni complicazione sovrannaturale. Era un mondo molto duro, quello di questo Ambulatorio, ma qui lo splendore della luce della buona volontà guariva la gente della strada, migliorava il prossimo dove possibile…

Bonita si alzò in piedi. “Credo che scambierò ancora una parola con Florida. In fondo, questa sembra essere una serata più tranquilla di quelle che lei mi ha descritto nelle sue lettere.”

Noah la imitò. “Ci può scommettere. E non oso nemmeno immaginare come sarebbe il lavoro, qua dentro, se non ci fosse Devil a tenere un po’ pulite le strade.”

A quel nome, Bonita ebbe un involontario sussulto. Devil era la leggenda dentro Hell’s Kitchen, il suo strano demone custode, una contraddizione vivente. Un angelo vestito da diavolo -perché? Forse, era il suo modo per dire ‘combattere il male con le sue stesse armi’?

Bonita rise di sé stessa: quello che aveva appreso attraverso la corrispondenza con Florida parlava di un uomo forte e buono, un vero paladino. Si trattava solo di una…insolita immagine per tale ruolo.

La donna percorse il corridoio, diretta verso la reception. Aveva disturbato abbastanza, per questa notte: domani avrebbe portato sua sorella almeno a un chiosco di hot-dog, cascasse il mondo. Distrattamente, si chiese com’era questo Devil, sotto la maschera: un uomo cupo e silenzioso oppure..?

Aveva appena aperto la porta a vetri che la separava dall’astanteria, quando vide un uomo enorme avvicinarsi di corsa all’ingresso. Un uomo vestito interamente di blu, con una maschera che gli copriva il volto dalla fronte in giù.

Bonita osservò quei particolari con uno strano senso di distacco. Si accorse che anche qualcuno dei pochi pazienti si era voltato a guardare quella massiccia figura. Anche sua sorella sembrava solo incuriosita, come se avesse capito che qualcosa non andava, ma senza focalizzarsi su quel cosa…

Poi fu il caos. L’uomo sfondò le massicce vetrate come delicati cristalli. Una pioggia di schegge di vetro volò dappertutto. Chi, per un attimo, gridò per la paura, ebbe modo di urlare per il dolore inflitto dai cubetti vetrosi. Qualcuno si buttò a terra, qualcun altro cercò di scappare. Solo uno non fu così fortunato, e rimase a terra, il volto ridotto a una poltiglia informe di carne e vetro.

Florida si era gettata sotto il bancone, ma questo si rivelò subito una difesa tutt’altro che affidabile. La corsa dell’uomo si concluse proprio contro di esso, sfondandolo. Florida urlò.

Il volto di Bonita si contrasse in una smorfia di odio: non desiderava chiedere a quel criminale perché si stesse comportando in quel modo, non desiderava capire. Ora desiderava solo salvare l’Ambulatorio e fargliela pagare! “TU!”

L’uomo, fermo in mezzo ad una nuvola di polvere, completamente illeso dalla propria bravata,voltò la testa verso di lei. “Se non lavori qui, togliti di mezzo,” disse con una calma carica di minaccia.

“Davvero..?” negli occhi di Bonita si accese una fiammata con la forma della Forza Fenice.

 

Devil atterrò in quel momento davanti all’ingresso devastato… Appena in tempo per percepire l’esplosione di energia, seguita da una massiccia sagoma in rapido movimento. Verso di lui!

Il crociato scarlatto si gettò a terra, appena in tempo per evitare il corpo di Bullet proiettato come una bambola verso la strada. Oddio, ma chi c’è là dentro,Thor? E mentre lo pensava, ‘vide’ Bullet sfondare la SUV come se fosse stata fatta di cartone. Si udì un potente schianto di metallo accartocciato e vetro infranto. Il Veicolo si ribaltò.

Poi, il responsabile di quel contrattacco venne fuori: Devil percepì la sagoma di una donna in forma, capelli lunghi e un mantello sagomato come un paio di ali. La sua impronta biometrica non gli diceva nulla, non la conosceva. E il suo corpo era circondato da un’aura di energia di enorme potenza.

“Lurido vigliacco, aggredire un ambulatorio! Avrai molto di cui rispondere, te lo giuro!” E dal tono di voce che usò, Devil era sicuro che non stesse esagerando.

 

“Niente male…signorina,” disse Bullet, rimettendosi in piedi. “Ma mi dovrai scusare, se non mi trattengo a vedere il resto della lezione. Mi hai mandato all’aria un lavoro, e questo è qualcosa che non dimentico.”

Devil percepì ogni movimento del sicario, inclusi quelli che la sconosciuta, accecata dalla rabbia, ignorò. “Attenta!” urlò, gettandosi in avanti, a placcarla per un fianco.

Appena in tempo: un copertone lanciato con inaspettata velocità attraversò il punto occupato un secondo prima dalla testa di Firebird.

Bullet si allontanò di corsa dalla scena del crimine. Sapendo chi era il guardiano di quella zona, i suoi datori di lavoro si erano premuniti. C’era solo da sperare che la loro ‘sorpresina’ funzionasse ancora.

Mentre Devil e Firebird si preparavano ad inseguirlo, lui premette il pulsante di un dispositivo che teneva nella tasca.

Il SUV esplose! L’onda d’urto investì i due eroi e terminò di devastare l’ambulatorio.

Senza smettere di correre, Bullet scomparve dietro un angolo. Dietro di lui, rimase un piccolo inferno, mentre si udivano le prime sirene della Polizia…

 

“Poteva andare davvero peggio,” disse la dottoressa Temple, togliendosi la mascherina, per poi sprofondare nel divano. Ormai, era mattino inoltrato. C’erano ancora dei reporter a sciamare nella zona dell’attentato, ma per fortuna il rapido lavoro dei Pompieri e della Polizia aveva risolto i maggiori danni. I testimoni erano tutti concordi: nessun kamikaze, solo l’ennesimo pazzo supercriminale di NYC. Sarebbero fioccate le ipotesi su eventuali collegamenti terroristici, ma almeno il panico avrebbe dovuto essere contenuto.

L’esplosione del veicolo si era dispersa perlopiù lungo la strada. L’astanteria ne era uscita malconcia di brutto, il bilancio era di venti feriti e un morto.

Sì, poteva davvero andare peggio.

Nella stanza c’erano la Temple, Devil, Firebird e la povera Florida, ancora sotto sedativi e sdraiata a letto. Bonita, seduta accanto al letto, le teneva una mano. La donna nel letto le assomigliava decisamente, salvo che per i capelli tagliati corti.

Devil annuì. “Lo so che può non essere il momento di chiederglielo, dottoressa, ma…avete ricevuto minacce, di recente? Intendo da parte del Gufo o di qualche altro capo criminale? Conosco Bullet: quando mandano lui, vuol dire che fanno molto sul serio. Dopo c’è solo una pallottola nella testa.”

Claire si morse il labbro inferiore. “Minacce anonime. Lettere, foto sfregiate, insulti dipinti con la vernice spray. Roba di basso profilo. Non si è mai visto nessuno con un’’offerta che non si può rifiutare’. Questo attacco era assolutamente inaspettato.”

Firebird si alzò in piedi. “Ho contattato il finanziatore dei Rangers, Thomas Fireheart: provvederà lui a farvi avere i soldi per le riparazioni.”

Claire annuì. “Ti ringrazio, Bonita. E non ti preoccupare troppo per tua sorella: fra lo choc ed i sedativi, ne avrà ancora per almeno ventiquattro ore.” Mostrò un sorriso divertito. “È meglio che riposi quanto più a lungo possibile; appena sarà sveglia, vorrà subito darsi da fare per recuperare il tempo ‘perso’.”

 

Un quarto d’ora dopo, i due eroi si trovavano sul tetto dell’edificio che ospitava l’ambulatorio.

“Qualcosa non torna, in questa faccenda,” disse Devil, scrutando l’orizzonte di cemento. “Non ho mai visto una gestione così pasticciata da parte di un criminale. L’ambulatorio non rappresenta certo un centro sociale, non sottrae gente alla strada. Non è un centro di spaccio, non genera concorrenza. Non sorge su un terreno interessante a fini edificabili. Perché preoccuparsi di intraprendere un’azione così vistosa? Bullet non è certo un sicario economico.”

Firebird scosse la testa. “Mia sorella non mi ha mai detto alcunché su queste ‘minacce’…ma non è certo una novità. Lei non mi farebbe mai preoccupare.”

“È la tua sorella maggiore?”

Lei annuì. “La nostra era una famiglia povera, come le tante del nostro paese natio. Eravamo in sette figli, quattro maschi e tre femmine. I nostri genitori fecero dei veri miracoli per mantenerci ed educarci, almeno fino a quando fummo abbastanza grandi da poterci allontanare da casa. Io ho mantenuto dei contatti costanti solo con Florida; degli altri…non so più nulla. Prego solo che abbiano portato nel cuore gli insegnamenti di nostro padre.”

Devil annuì. “Diresti che Florida è una donna metodica?”

Firebird corrucciò la fronte, incuriosita. “Sì, senza dubbio. Io ero la scavezzacollo, lei quella che aiutava mia madre a mandare avanti la casa. Cioè, a gestire noialtri. Un’impresa, credimi.”

“Allora, se non ti dispiace, voglio fare un salto a casa di Florida.”

 

Nonostante l’edificio, esternamente, sembrasse pronto per la demolizione, l’appartamento di Florida Juarez, per contro, era un’oasi di ordine e pulizia.

“Cosa speri di trovare, qui?” chiese l’eroina in giallo e rosso, mentre Devil scrutava ogni angolo con il radar.

“Un diario, per cominciare.” E lo trovò, sulla scrivania al centro del piccolo salotto. Un piccolo volume con un lucchetto e una penna inserita in una fodera attaccata alla costina. “Puoi aprirlo?” chiese casualmente a Firebird. Non poté vederne l’espressione leggermente irritata, ma lesse l’equivalente nelle variazioni di pulsazioni e respirazione. Del resto, lui stesso sapeva che stava per bruciare una prova importante in un possibile processo contro i mandanti di Bullet…

Firebird si avvicinò. Si concentrò, e dalla punta dell’indice lanciò una fiammata sottile, sufficiente a fondere il lucchetto senza toccare il diario. “Spero solo che tu sappia quello che fai.”

A dire il vero, neppure lui stesso ne era veramente sicuro. Stavano brancolando al buio, ed ogni minuto perso era un minuto di pericolo in più per l’ambulatorio. Ogni traccia, per quanto impalpabile, era buona ora come ora.

Devil passò il diario a Firebird. “Cerca qualunque possibile riferimento alle minacce menzionate dalla dott.ssa Temple.” Anche se il suo senso del tatto era abbastanza sensibile da leggere le impressioni dell’inchiostro, era comunque meno rapido dell’occhio umano…senza contare che avrebbe insospettito Bonita. Essere un super-cieco aveva i suoi svantaggi, qualche volta.

Firebird aprì una pagina a caso. Scorse il diario fino ad arrivare alla prima pagina bianca, e da lì andò indietro. Con meticoloso distacco, Florida scrisse delle minacce, sia sotto forma di lettere che di scritte oscene che di telefonate che intasavano il centralino. Sempre a distanza, sempre tenendosi nell’ombra, il colpevole sembrava prendere di mira Florida in particolare…eppure, se quanto scritto nel diario era vero, non si era mai rivolto direttamente a lei. Voleva solo essere sicuro che lei recepisse i messaggi minatori.

E Firebird continuò a scorrere all’indietro, cercando il significato di quei fatti…fino a quando non vide qualcosa che la fece sussultare.

Devil, che si era tenuto in disparte, le chiese, “Cosa hai trovato?”

Lei le passò il volume. “Fernando. Nostro fratello.”

Concentrandosi sul tatto, Devil lesse la pagina. Firebird, intanto, stava proseguendo. “Fernando era il minore di noi tutti. Per quanto i nostri genitori si sforzassero di amarlo esattamente come gli altri, lui si sentiva sempre trascurato, messo in fondo. A volte, diceva di essere di troppo. Tendeva ad isolarsi, a stare lontano. E più cercavamo di essergli vicini, più lui si alterava.

“Fu il primo ad andarsene. Aveva solo tredici anni, e non si lasciò dietro neppure una lettera.”

Secondo il diario, Fernando aveva in qualche modo rintracciato Florida e le aveva telefonato circa un mese prima. Voleva essere ricoverato sotto falso nome, e lei doveva inserirlo in un programma per la cura dell’HIV. Quando lei aveva precisato che non avrebbe fatto nulla senza prima sapere perché lui ci tenesse ad essere registrato con false credenziali, quando avrebbe potuto comunque beneficiare dell’anonimato, lui aveva semplicemente riappeso il telefono.

Poi erano iniziate le minacce. Nel diario non vi era alcunché che suggerisse esplicitamente un collegamento fra la telefonata e quello che era seguito, ma non c’era bisogno di Matt Murdock per capire come stessero le cose.

“Penso che Florida stesse cercando di arrivare a Fernando, e doveva essersi pericolosamente avvicinata,” disse il crociato scarlatto. “Dobbiamo trovare qualunque appunto che possa portarci da lui, prima che tenti di finire l’opera.”

Restava solo un tassello da mettere al suo posto: i soldi. Bullet costava, e con quei soldi Fernando avrebbe potuto comprarsi una vagonata di ‘cocktail’ per la sua malattia…

I due eroi ripresero a perquisire l’appartamento. Firebird cercò in quegli angoli e quei posti che sapeva essere più sicuri per nascondere informazioni preziose, senza rischio di perderle.

Ma non trovarono nulla. L’unica possibilità, a questo punto, rimaneva il portafoglio di Florida. Dovevano tornare all’ambulatorio e…

In quel momento, squillò il telefono! I due eroi sobbalzarono e all’unisono si voltarono verso l’apparecchio. Firebird impallidì, al pensiero che potesse essere l’ambulatorio, con delle brutte notizie… Poi si ricordò che i medici non sapevano che lei si era diretta a casa di sua sorella. Forse era solo una conoscente che voleva delle notizie.

Firebird andò a rispondere. Sollevò la cornetta. “Pronto..?”

Rispose una voce maschile profonda, fredda, una voce quieta ma sinistra. E, soprattutto, familiare.

“Sembra che una nostra comune conoscenza ci abbia bellamente ingannato,” disse Bullet. “I soldi, quando sono tanti, fanno fare strane cose…ma non è mia abitudine distruggere un luogo dove la gente viene curata. So cosa vuol dire avere qualcuno che soffre.”

“Mia sorella ne è uscita viva per miracolo, tu…” non era sua abitudine reagire così, ma lo stress dei giorni precedenti unito alla situazione corrente, stava tirando fuori il peggio di lei.

Bullet proseguì, imperturbato. “Lui mi aveva detto di mettere una bella strizza addosso a tua sorella. Non mi aveva detto nulla della bomba, mi aveva fatto credere che era un flash-bang[ii] per distrarre Devil in caso di un suo intervento.

“Ad ogni modo, quel problema è risolto. Ripeto, non mi piace essere preso in giro. Quanto a Fernando stesso, lo troverete al seguente indirizzo.” E lo scandì attentamente. “Già che ci siete, c’è un microfono nella cornetta. Ci si vede, campioni. La prossima volta, farò veramente sul serio.” Seguì il lamento della linea telefonica caduta.

I due eroi si guardarono negli occhi.

 

L’indirizzo in questione era un garage abbandonato da anni, poco più di un rudere chissà come ancora in piedi, le finestre cieche e coperte da assi incrociate e marce.

La saracinesca, cioè il pezzo di metallo arrugginito e gibboso che un tempo lo era, non sembrava essere stata sollevata da quando il garage aveva chiuso per l’ultima volta. Matt ricordava quando i ragazzini del quartiere portavano le loro biciclette dal vecchio gestore, che riusciva a rimetterle in strada dove tutti gli altri preferivano arrendersi.

Devil condusse Firebird alla porta sul retro. La trovarono aperta, appena socchiusa. Per i sensi di lui, era sufficiente. Tenendo la mano guantata sulla maniglia, disse, “Sei sicura di volere entrare?”

Lei annuì.

 

Trovarono ciò che lui aveva già percepito.

Un cadavere riverso per terra, con la testa voltata ad un angolo innaturale. Un ispanico, il volto smagrito e coperto di pustole. Tutt’intorno al suo corpo devastato dall’AIDS giacevano banconote di piccolo taglio.

Devil si chinò a raccoglierne una. Ad un primo esame, gli risultarono subito dei falsi: abbastanza buoni da ingannare a prima vista, giusto il tempo di prendere in giro Bullet, si sarà detto Fernando Juarez.

Il giustiziere scarlatto si voltò, nell’udire Firebird bisbigliare qualcosa. Fece per chiederle se avesse bisogno di qualcosa…poi la vide inginocchiata accanto al fratello. Teneva le mani giunte e pregava a fior di labbra.

 

L’ambulatorio, due giorni dopo

 

“Niente misteri o complotti: la malattia aveva minato il raziocinio di Fernando. Anche se non ce lo potrà mai confessare, molto probabilmente, il suo scopo era quello di colpire Bonita attraverso Florida. L’agenda che portava con sé prova che aveva tenuto d’occhio la sua famiglia. Abbiamo un bel malloppo di dati, qui.” Willie Lincoln, detective per lo studio legale Nelson & Murdock, squadrò i presenti nella sala delle visite, da Matt Murdock, il suo principale cliente, a Bonita e Florida Juarez ed i dottori Burnstein e Temple. Era un po’ strano vederlo fissare i presenti come se potesse vederci da dietro i suoi occhiali da cieco.

“Fernando ha avuto una vita…movimentata. Droga, rapine, risse, furto con scasso…e prostituzione; oltre a sei anni di prigione. Può avere preso il virus da un ago infetto, un cliente o forse da un compagno di cella. E ha deciso di rendere la vita il più miserabile possibile alle sorelle che più invidiava. Ma possiamo parlare solo per ipotesi, ormai.

“Non sappiamo neppure come e dove si sia procurato una valigia piena di soldi falsi…e non credo, onestamente, che scoprirlo cambierebbe le cose più di tanto.”

Seduta sul letto, Florida disse, “Lasciamolo riposare in pace, ora che l’ha trovata. Ho sentito abbastanza, sul povero Fernando, e ha pagato per i suoi peccati in terra. Il Signore deciderà cosa fare di lui, non altre indagini degli uomini. La ringrazio molto, detective Lincoln, ed anche lei, avvocato, ma a meno che non sia necessario, questa storia finisce qui.”

In silenzio, uno dopo l’altro, tutti lasciarono la stanza. Rimasero solo le due sorelle Juarez ed il loro dolore, espresso dall’abbraccio muto che si scambiarono.

Solo un’altra tragedia della strada, solo un’altra storia di squallore, una di quelle curiosità per un sordido tabloid o per un trafiletto sui quotidiani per soddisfare la morbosa curiosità del Signor Smith di turno. Firebird era virtualmente una dea, ed aveva imparato una nuova lezione di umiltà -a volte, semplicemente, nessun potere può cambiare il corso della mera vita di tutti i giorni, con le sue gioie ma anche con i suoi inevitabili dolori.



[i] RANGERS #22-23

[ii] Le bombe fumogene speciali usate dallo SWAT